La visione rivoluzionaria dell’ICF

Aggiornato il: gen 2

ARTICOLO PUUBLICATO SULLA RIVISTA "L'ECO DELLA SCUOLA" - FNISM


L’anno 2001, con la pubblicazione da parte dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) della nuova Classificazione Internazionale del Funzionamento Disabilità e Salute (ICF), segnò l’inizio di una vera rivoluzione copernicana in ambito culturale sul concetto di salute e disabilità, che investì tutto il mondo, poiché tale classificazione venne riconosciuta da 191 Paesi con l’impegno di diffonderla al loro interno. L’ICF nasce per essere considerato in stretta connessione e interazione con l’ICD-10 alfine di completare il quadro generale sulle condizioni di salute.

Esso è portatore di un duplice scopo: a) presentare in modo ordinato e funzionale le condizioni della salute umana; b) fornire un linguaggio che sia comune, con un registro e norme che possano essere leggibili e condivisibili da tutti gli operatori coinvolti, a vario titolo, nella fase valutativa dei diversi aspetti della persona. Entrambe le finalità fanno ben comprendere come sia necessario e indispensabile un lavoro multi e interdisciplinare rivolto a tutte quelle attività considerate “praxis” utili per la promozione dell’integrazione e l’inclusione scolastica dei minori con disabilita. È in quest’ottica che bisogna interpretare il crescente interesse del legislatore per la diffusione e l’utilizzazione estesa dell’ICF, non solo per le praxis relative all’educazione specializzata dei soggetti con disabilita, bensì anche per i progetti riabilitativi che li concernono e, soprattutto, per garantire il passaggio dal mondo scolastico a quello del lavoro e dell’occupazione. L’ICF si presenta, pertanto, come un modello antropologico, bio-psico-sociale. Infatti, se prima attraverso il concetto di salute si intendeva una qualsiasi persona in assenza di malattia, ora con tale termine si continua a fare riferimento a una qualsiasi persona in stato di benessere fisico, psichico e sociale; in tal senso l’individuo non viene considerato in sé ma nel rapporto dinamico ed interattivo con il proprio ambiente di vita.


La Classificazione Internazionale rappresenta un modello concettuale che interpreta la disabilità in relazione all’ambiente di vita della persona e fornisce tutte le modalità per descrivere l’impatto che su di essa esercitano i fattori ambientali, in termini di facilitatori o di barriere, considerando le attività e la partecipazione alla luce delle personali condizioni di salute. La “condizione di salute” è la risultante dell’interazione tra aspetti biomedici e psicologici della persona (funzioni e strutture corporee), aspetti sociali (attività e tipo di partecipazione svolte nella quotidianità) e fattori di contesto (fattori ambientali e personali). Non si parlerà più di disabilità’ ma di “limitazione delle attività personali”, non più di “handicap” ma di “diversa partecipazione sociale”; la disabilità viene considerata, pertanto, quale risultante dell’interazione tra funzionamento umano e fattori contestuali e come fenomeno sociale multidimensionale.

Tale modello porta con sé un concetto innovativo molto importante, ovvero che “qualunque persona in qualunque momento della vita può avere una condizione di salute che in un ambiente sfavorevole diventa disabilità”. Ne consegue che “attraverso il profilo di funzionamento e analisi del contesto, il modello ICF consente di individuare i Bisogni Educativi Speciali (BES) dell’alunno prescindendo da preclusive tipizzazioni” (MIUR, Direttiva 27 dicembre 2012, Strumenti d’intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e l’organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica, 2013). Il portato innovativo dell’ICF risiede nell’approccio globale alla persona. La valutazione della funzionalità del soggetto con disabilità non può, quindi, essere limitata agli aspetti funzionali, ma dovrà tenere presente anche gli aspetti contestuali, determinanti in merito ai livelli di attività e di partecipazione sociale.


La struttura dell’ICF evidenzia che l’elemento discriminatore nella valutazione del funzionamento è l’attività, che nasce dall’interazione fra le funzioni e le strutture corporee e consiste nella capacità di eseguire compiti o azioni (performance). La centralità assegnata dall’ICF ai fattori ambientali e ai fattori personali ha determinato la necessità di distinguere fra capacità e performance: il concetto di capacità fa riferimento alla possibilità del soggetto di svolgere determinati compiti in un ambiente neutro; con il concetto di performance viene considerata la capacità del soggetto di svolgere determinati compiti in un contesto concreto, attraverso il ricorso a facilitatori che ne favoriscono la riuscita o barriere che, al contrario, la ostacolano. In altre parole: la capacità, inserendosi in un contesto specifico, diviene performance; questa può essere costituita da un comportamento funzionale se sostenuta da facilitatori, o in un comportamento non funzionale se ostacolato da barriere.

I concetti di facilitatori e di barriere rappresentano un importante momento descrittivo della relazione fra persona e ambiente e, nella fattispecie, fra l’alunno e la scuola. In questi termini, l’ICF diviene uno strumento capace di individuare gli elementi che migliorano le prestazioni scolastiche, relazionali e individuali, proprio sulla base della predisposizione della scuola di opportuni facilitatori e della rimozione di barriere invalidanti. Lo strumento rappresenta, quindi, un modello culturale e concettuale capace di analizzare i diversi aspetti del contesto che determinano il grado di inclusione scolastica dell’alunno. È opportuno considerare non solo l’incidenza a livello teorico-concettuale quanto l’aspetto operativo-quotidiano del modello ICF sulle pratiche d’inclusione scolastica. Senza peraltro dimenticare che l’inclusione scolastica non è riservata agli alunni disabili certificati, ma riguarda ogni alunno che l’OCSE identifica quali portatori di “difficoltà emotive, comportamentali, DSA, ecc.”, “con svantaggi derivanti da ambiente socio-economico, culturale e sociolinguistico” e, in generale, si rivolge a ciascun alunno quale persona in formazione, unica, irripetibile, con propri stili cognitivi e ritmi apprenditivi… Dal punto di vista scolastico concettuale l’ICF pone attenzione all’aspetto positivo e attivo dello stato di funzionamento; il quale non rileva ciò che non va, che si è perso o che la persona non può fare, bensì descrive dettagliatamente le funzioni, abilità e capacità che caratterizzano ciascuna persona e che si estendono anche alla partecipazione sociale, al contesto sociale e fisico influenzante, in modo diretto o indiretto, il funzionamento della persona.

Dunque, non più cosa non sa fare il soggetto, ma cosa può fare in relazione al contesto. Conseguentemente nessuna valutazione del funzionamento umano può ritenersi valida se non viene specificato il contesto in cui è inserita e la disabilità non è da intendersi quale caratteristica della persona, quanto, piuttosto, la risultante della interazione tra una data condizione di salute e un ambiente sfavorevole. Si è partiti dal lontano 2001, un anno che portò cambiamenti rivoluzionari attraverso il nuovo modello ICF, che rappresentava la necessità di un momento di transizione e il punto di partenza per effettuare un’attenta analisi della realtà. Un cambiamento che richiedeva, e continua a richiedere, il coinvolgimento del docente e del sistema didattico, al fine di bilanciare l’essere con l’essenza (una sinergia tra “to be in life” e “to find core qualities” (essere nella vita e trovare le qualità fondamentali).

È implicito nello strumento di Classificazione una forte attenzione al discorso “rete”, in quanto gli attori devono essere multipli (ASL, i Comuni, le Provincie, le Associazioni, il CTI, le Università) per garantire una maggiore implementazione e una maggiore condivisione di linguaggi. Il suo vero successo potrà verificarsi solo dopo una forte collaborazione tra docente-allievo, docente-docente e docente-scuola, che rappresenta poi il fondamentale obiettivo della didattica inclusiva che l’ICF porta con sé, ma che, ancora oggi, il sistema scolastico non sempre riesce ad applicare.

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